Dal 2010 al 2011 la Israel ha creato e curato la rubrica SEMI DI ZUCCA per Literary.
Questi sono soltanto alcuni articoli della rubrica (gli altri, purtroppo, sono spariti insieme al sito literary.it).
Cosa vuol dire giocare ?
Intervista allo psicanalista triestino Silvio Cusin
23/10/2011

Meno di due settimane fa, nella provincia di Ascoli Piceno, tre bambine di età compresa fra gli 8 e i 10 anni hanno sotterrato “per gioco” tre gattini vivi, che si sono salvati solo grazie all’intervento di adulti.
L’Aidaa (Associazione italiana difesa animali e ambiente) fornisce un dato agghiacciante: sono più di 400 i gatti e cani seviziati da bambini e ragazzi di età compresa fra gli 5 e i 14 anni nell’ultimo anno. Le segnalazioni arrivano da Sicilia, Calabria, Puglia, Marche e Lazio, anche se non mancano casi anche nel centro-nord. Si tratta di atti di crudeltà efferata, compiuti sempre su cuccioli, che portano alla morte gli animali dopo sofferenze atroci. Il trattamento per i cagnolini è percosse fino all’impiccagione o il rogo (li bruciano vivi); i gattini invece sono picchiati, sbattuti sui muri, uccisi a bastonate, con la scopa o affogati.
Per affrontare queste inquietanti realtà abbiamo incontrato lo psicoanalista triestino Silvio Cusin, punto di riferimento per tutti gli allievi formatisi con lui a Milano e Trieste, già direttore del Servizio di Psicologia del capoluogo giuliano, terapeuta ancora attivo nella sua città e assiduo studioso del rapporto primario con la madre, considerato al centro della personalità.
Professore, cosa ci dicono le azioni di queste bambine?
Comunicano un linguaggio che hanno appreso in famiglia, cioè il sadismo. Sadismo che, anche quando non è esplicito, viene rappresentato attraverso simboli, allegorie e frasi del linguaggio comune familiare. Faccio un esempio: i genitori dicono:“Per me che crepino tutti!”, “Pensa a te nella vita!”, “Chi se ne frega!”, “I gatti (o i cani) puzzano!”. I bambini assorbono la carica aggressiva di codeste frasi e poi la agiscono come è accaduto ad Ascoli Piceno.
Certo che fa impressione, quasi raccapriccio, pensare a bambine che invece di esternare tenerezza con i loro animali di peluche o le bamboline volevano uccidere gattini, da sempre ispiratori di dolcezza infinita.
Gesto assai chiaro: stavano inscenando una sorta di “aborto genitoriale”.
Ovvero?
Nelle loro famiglie possono esser stati affrontati discorsi contro la possibilità di avere altri figli, sulla fatica che costa avere figli o sull’aborto stesso, e le parole arrivano nel cuore del bambino anche se non sono dirette a lui o se la discussione avviene solo fra adulti, ma in presenza di bambini.
Stando alle statistiche dell’Aidaa, questi bambini non si limitano a molestare animali, li uccidono davvero e in modo indicibile!
Certamente: sono educati a “sentimenti zero”. Da sempre si raccontano ai bambini fiabe con orchi e streghe che mangiano e uccidono i bambini. La differenza consiste nel fatto che quando si racconta una storia, il bambino è predisposto anche a una morale, un lieto fine, un “vissero tutti felici e contenti” perché l’orco o la strega rimangono sempre sconfitti.
Mentre se il discorso è vero, cioè riferito a fatti realmente accaduti o a parole autenticamente sentite, la morale manca. Il bambino rimane in bilico senza capire i confini fra bene e male e si comporta di conseguenza, per esempio torturando piccole creature innocenti. In questo modo imita e attua la condotta emotiva appresa dai genitori.
L’anonimato che in teoria protegge i minori, in pratica permette di denunciare solo il peccato e di lasciare senza una meritata, chiamiamola, lezione il peccatore. Bambini che maltrattano gli animali hanno problemi grossi …
Non v’è dubbio. Vivono sofferenze dirette o psicologiche forti. Credo che queste forme di educazione sadica siano coperte in 3 casi su 10. Sono mancate le comprensioni dei bisogni dei bambini. I genitori sono spesso persone emotivamente e sadicamente insospettabili, per esempio bravi insegnanti, professionisti, gente con occupazioni di prestigio. Ma chi ci assicura che sotto queste maschere integerrime non si nascondano personalità labili, nevrastenici o nevrotici gravi?
Che adulti possono diventare questi bambini sadici?
Adulti normali con “morale zero” o poco più, che tradotto significa persone non necessariamente destinate a delitti, quanto piuttosto ad azioni illecite di minore rilevanza, come sottrarre denaro pubblico laddove possibile senza rischiare il carcere, oppure capi-reparto che maltratteranno i dipendenti. In genere le persone che hanno alle spalle episodi di sadismo su animali diventano adulti molto “bisognosi” di beni materiali.
Perché l’età dei maltrattamenti su animali oscilla dai 5 ai 14 anni?
Perché la libido non ha un oggetto. Si divertono a uccidere i cuccioli. La frase che utilizzano come scusa, “stavamo giocando”, è sincera, ma non è possibile definire il significato del verbo “giocare”. Quando la libido non trova una proiezione vitale, diventa mortido, ovvero sadismo. Il neonato che non trova più latte nel seno che sta succhiando, morde il capezzolo della madre “cattiva”che non lo nutre.
E lei professore, come uomo, non come psicoanalista, quali sentimenti prova rispetto a storie simili?
Mi fanno orrore, soprattutto per la frequenza delle forme in cui siffatti maltrattamenti possono presentarsi: di gran lunga superiori a quelli denunciati.

Noemi Israel consegna allo psicanalista Silvio Cusin l’attestato di benemerenza quale “Personaggio Labirintismo 2010“.
Vedi recensione da Il Piccolo in Libri -> La scrittura
Giordano Alberghini – A passeggio sulla tartaruga
24/04/2011

Questo simpatico filmato è dedicato a tutti coloro che credono ancora agli sciocchi e falsi luoghi comuni sui gatti come musoni solitari che non vanno d’accordo con altri animali. A testimonianza del contrario, nel 2005 Giordano Alberghini, fondatore dell’Accademia letteraria e artistica dei Gatti Magici realizzò un’antologia dal titolo Gatti magici: amicizie particolari (ed. Mursia), nella quale una trentina di scrittori raccontarono l’esperienza dell’amicizia fra il loro gatto e altri animali, tutti diversi fra loro. Chissà come avrebbe riso, oggi, Giordano, che amava tantissimo anche le tartarughe, se avesse visto questo spezzone casalingo.
Curiosità – I gatti domestici amano farsi portare in giro, per esempio nei catini vuoti della biancheria, nel carrello della spesa o dentro le borsette piuttosto grandi. Provate a metterli alla prova e vedrete. Parola di “autobussiera” di gatti ultra giocattoloni.
Bruno Ulcigrai e la sua penna in bianco e nero
23/04/2011

Che soltanto negli ultimi tempi è diventata quasi esclusivamente una penna (o pennarello). Bruno Ulcigrai, infatti, si può definire artista a tutto tondo, che spazia dalla pittura, il disegno, la scultura fino anche alla caricatura.
Classe 1922, Ulcigrai nasce a Trieste da una famiglia numerosa di sei fratelli, di cui sopravvivono soltanto il maggiore, Silvio, e Bruno, ultimo nato. Tra i due ci sono 10 anni di differenza e caratteri completamente diversi. Il primo è più portato per gli affari e si dedicherà fino al 1969, anno della sua morte, al commercio del pesce; mentre Bruno ama la pittura e gli aeroplani. Da piccolo disegna tutto ciò che può interessare un bambino a cavallo tra gli anni Venti e Trenta: navi da guerra, monumenti ai caduti e soprattutto aeroplani, la sua passione. Inizia da giovane a studiare pittura e disegno con Walter Falzari per poi e passare alla scultura con Giovanni Spagnoli.
Diventa quasi subito membro del Circolo Artistico Triestino, che raggruppa tutti i più importanti pittori di Trieste e dintorni, dove scambia pensieri e opinioni coi colleghi e diventa amico del vignettista Renzo Kolmann.
Dopo il 1945, Bruno realizza l’altro suo sogno, volare, e fa gli esami per il primo e il secondo brevetto, ovvero quello che gli permette di portare passeggeri a bordo. Diventa pilota civile e, per un periodo, accompagna turisti e tutti coloro che vogliono ammirare Trieste dall’alto nei giri panoramici del golfo.
Ciò che caratterizza l’arte e lo stile di Bruno Ulcigrai sono l’innato istinto d’improvvisazione unito alla sua irrefrenabile fantasia, che lo portano a tenere piccole tele e foglietti sempre a portata di mano e la penna/pennarello in tasca. Anche se in passato ha copiato, per esercizio, parecchi quadri di pittori cinque-secenteschi, adesso Ulcigrai lavora affidandosi esclusivamente alla sua emotività. Il fruscìo di un albero, un sorriso, la solitudine di una via, il clamore di un gruppo di amici, una visita medica, il cappello di una donna anziana, gatti dispettosi. Ogni cosa viene registrata dalla sua memoria visiva. E prima di andare a letto i particolari vengono trasposti e fissati su un pezzo di carta più o meno grezzo. A volte ripassa le linee con la punta delle dita immerse nella pittura acrilica. L’uso del bianco e nero rivela un animo fortemente tormentato, che contrasta con l’immagine serena che Bruno ha mantenuto. Persino i suoi Post-it raccontano brevi e condensate storie, in cui inserisce con grande ironia anche se stesso (si disegna spesso, da solo o vicino a qualcuno).
“Fin da piccolo – racconta Ulcigrai – quando ero contrariato disegnavo. La pittura è tutta la mia vita. Se non mi arrabbio lo devo ai disegni e al desiderio di non mollare mai le immagini”. Pensiero assai profondo. Alcuni suoi quadri sono realizzati addirittura senza mai staccare la punta della penna dal foglio. Altri invece rassomigliano alle macchie del Rorschach. Quelle di Bruno, però, delineano il soggetto in modo che alla fine, magari fotografando il foglio, il significato risulta netto ed evidente.
Attualmente Bruno si è trasferito all’ITIS, l’azienda pubblica per i servizi alla persona (da poco rimessa a nuovo), dove alloggia in un appartamentino in regime privato per stare vicino alla moglie che non sta bene. Insieme da una vita, non se l’è sentita di lasciarla sola e l’ha seguita nella casa di assistenza (ma la moglie abita al piano di sopra nella sezione femminile). Ebbene, questa ennesima esperienza di vita, ben lungi dal deprimere il Nostro, ha dato vita a una serie sterminata di bozzetti, caricature, quadri, disegni di ogni tipo. E l’Itis, non essendosi mai trovato di fronte una persona del genere, non solo ha organizzato un’autentica mostra con una cinquantina delle sue opere nell’atrio centrale antico del palazzo, ma ha addirittura deciso di dedicargli uno studio personale, per permettergli di creare e proseguire il suo lavoro senza sentire più la mancanza degli altri tre studi di casa, Grado e montagna. Un vero onore. Bruno minimizza, modesto e bonario com’è, ma segretamente è molto fiero dell’offerta. E chi non lo sarebbe?
“Ci sono ancora tanti quadri da fare, imbastire e dipingere, – dice Bruno – ma ho un piccolo desiderio, che forse uno dei prossimi giorni realizzerò di nascosto da tutti: farmi un giretto in Vespa e andarmi a godere il mare dall’altopiano”.





























Pro e contro Allevi
09/09/2011

Nonostante le polemiche sulla sua musica, Giovanni Allevi continua a mietere piccoli estimatori. Bambini e ragazzi pagherebbero per riuscire a eseguire bene un suo pezzo e spesso lo preferiscono ai brani dei programmi ministeriali. “Come sei veramente”, colonna sonora dello spot della BMW serie 4 del 2007, ormai è uno degli obiettivi per chi inizia a suonare il pianoforte. Le sue composizioni – come definisce Allevi stesso – sono classiche contemporanee popolari e rigorosamente scritte. Nulla è lasciato all’improvvisazione. Magari i ritmi jazz possono trarre in inganno, ma la scrittura musicale pianistica è composta da chi conosce il repertorio classico e ha studiato a lungo i trucchi della tastiera. Sono brani che non hanno come scopo finale quello di torturare l’esecutore imponendo massacranti ore di studio. Senza dubbio occorre padronanza tecnica di quarto o quinto anno (per alcuni anche settimo e ottavo) e il ritmo necessita di buona capacità di solfeggio, ma chiunque può avvicinarsi alla musica di Allevi divertendosi. Riconoscere citazioni di Clementi, Chopin, Rachmaninof o Debussy non fa che rendere il gioco più divertente. Tra l’altro alcuni brani – il succitato “Come sei veramente”, “Back to life”, “Jazzmatic” e “Vento d’Europa” – sono stati trascritti dallo stesso compositore per pianoforte a 4 mani, formazione pressoché ignorata dai musicisti contemporanei, cosa che facilita ulteriormente l’approccio coi suoi pezzi.
Ascoltare in macchina i cd e poi assistere ai concerti del compositore che esegue i suoi brani dal vivo è un ottimo stimolo per i giovani e un intrattenimento assai piacevole per tutti gli altri.
Malgrado la pioggia, Allevi è riuscito a riempire la platea persino durante il concerto dello scorso 27 luglio a Trieste, città notoriamente schierata con l’acerrimo nemico del pianista, il violinista istriano Uto Ughi. Costui l’anno scorso ha definito “risibile” la musica di Allevi, “pianista che non sarebbe stato ammesso al Conservatorio … mediocre … sedicente filosofo” (La Stampa). Rumors e opinions di un affaticato violinista, che confessa spesso di aver “odiato” (sic) il suo strumento. Se infatti sappiamo che Giovanni Allevi è diplomato in pianoforte e in composizione, laureato in filosofia, e che certamente sarebbe in grado di suonare tutto il repertorio pianistico dei grandi virtuosi, non abbiamo la certezza che Ughi sarebbe in grado di scrivere una tesi di laurea in filosofia, eseguire al pianoforte (strumento obbligatorio per i violinisti fino al quinto anno nei conservatori italiani) un “risibile” brano di Allevi oppure trascrivere per tre violini la Ciaccona di Bach o comporre la colonna sonora di uno spot per automobili (o altro).
Sembra invece assai più “risibile” (e anche di cattivo gusto) che Mozart venga utilizzato per lo spot di una carta igienica o che i cosiddetti compositori classici contemporanei ambiscano alla non-musica (quella dei rumori), paradosso inaccettabile per chi ama l’arte dei suoni.
L’amico fedele
30/10/2011
Lo scorso giugno Tigro, un dolcissimo e affettuoso gattone rosa, meglio noto come il “re di Cavana”, è sparito misteriosamente senza lasciare traccia. Da un giorno all’altro è scomparso e nessuno ha più saputo nulla. Di lui si sono interessati i media locali, quotidiani e telegiornali, e persino una cartomante, tutti con nulli risultati. Si sono fatti appelli nazionali nell’eventualità che fosse stato rapito, lo si è cercato attraverso il passaparola “mi è sembrato di averlo visto in quella via…”, si è chiesto ai veterinari, niente da fare.
Tigro era sano, forte e rispondeva sempre quando lo si chiamava. Era il beniamino del rione di Cavana, confinante con Piazza Unità, e non si allontanava mai dal suo territorio. Il suo passato si dice fosse stato burrascoso: pare che avesse vissuto per alcuni anni con un gruppo di studenti di filosofia non triestini, i quali una volta conclusa l’università l’avrebbero abbandonato in strada. A questo punto entra nella sua vita Nino Nangano, titolare del negozio di frutta e verdura di via Cavana, che lo prende sotto la sua ala protettiva e crea con lui un legame talmente forte che basta solo un urlo – senza pronunciare il nome Tigro – per richiamare il micione rosa nel negozio all’ora di chiusura serale.
Se un animale è stato viziato e circondato da affetto sincero, questo è stato Tigro. Fotografato, presente in “prima persona” su Facebook, dove tutti i turisti stranieri lasciavano commenti adoranti e nostalgici nei suoi confronti, filmato, accarezzato, il gatto rosa improvvisamente se n’è andato, da solo o con qualcuno, sparito come lo Cheshire Cat di Alice nel paese delle meraviglie.
Tutti continuano a sognare di rivederlo nuovamente nei suoi luoghi …
Nel frattempo l’Astad (Associazione per la Tutela dell’Animale Domestico) ha assegnato all’intero rione di Cavana, rappresentato dal “papà” di Tigro Nino Nangano, il premio “Amico fedele” per lo spirito di assistenza e di cura dimostrato nel corso degli anni verso i gatti della zona e in particolare nei confronti di questo mitico gatto rosa.






Una musica da gatta. Nora la pianista
28/08/2010
Desidero dedicare il primo articolo di Cat Factor a un felino davvero assai speciale, dal quale molti artisti umani possono imparare: Nora, la deliziosa gatta grigia che non solo adora la musica, ma suona il pianoforte con le sue zampe anteriori e compone patterns musicali di indiscutibile bellezza. I suoi tutori, Betsy Alexander e Burnell Yow, sono una coppia di artisti di Philadelphia, scultore lui, insegnante di pianoforte lei, che nel 2004 si sono recati in un gattile della città e si sono trovati di fronte la prorompente personalità di questa adulta micia grigia. E qualcosa ha fatto scoccare all’istante la scintilla: la sera stessa Nora aveva un nome e dormiva su un comodo sofà al calduccio, amata e coccolata.
Non appena si è ambientata nella sua nuova casa, a forza di sentire gli esercizi degli allievi di Betsy, che si esercitavano al pianoforte, Nora ha deciso di mettere anche lei le zampe sui tasti e, mantenendo l’identica posizione seduta, ha provato a suonare. All’inizio solo duettando con gli allievi, ma senza mai strimpellare a caso. In seguito anche da sola.
La cosa è apparsa stupefacente, perché il suo mondo musicale è apparso subito ben definito. Betsy si è accorta, infatti, che non solo Nora imitava il ritmo e le movenze dei suoi studenti, ma che i suoi giri di note erano compiuti ed estremamente originali.
Nora faceva sul serio.
Nel 2007 i coniugi Yow hanno messo in rete un video della loro gatta che “suonava” e in brevissimo tempo hanno totalizzato più di sedicimila visualizzazioni. La storia ha interessato i media dalla Cina alla Finlandia, dalla Nuova Zelanda al Libano e Billy Joel ha regalato una sua foto a Nora con la seguente dedica: “Alla gatta pianista dall’uomo pianista”.
Attratto dalla bellezza delle cellule musicali feline di Nora, nel 2009 il musicista lituano Mindaugas Piečaitis ha deciso di metterle assieme e ha scritto il primo CATcerto della storia. Non solo, ma montando assieme i vari spezzoni dei video realizzati da Betsy, è stata possibile pure l’esecuzione del Catcerto con Nora stessa come solista. Inutile dire che alla fine della performance, c’è stata un’ovazione totale da parte del pubblico, non soltanto per la simpatia della trovata, ma perché il Catcerto è davvero una splendida composizione.
I gatti nei tarocchi
07/10/2011
Che I gatti abbiano avuto un ruolo tristemente importante nella caccia alle streghe da parte dell’Inquisizione è cosa risaputa. In particolare il gatto nero, che a causa del suo colore è stato perseguitato come creatura maligna e a tutt’oggi è legato a odiose superstizioni che lo considerano un porta-sfortuna. Curioso, invece, è come anche nel presente i disegnatori di Tarocchi contemporanei siano impegnati a interpretare in chiave felina il gioco antico delle carte. A prescindere dalla lettura del futuro, che comunque riconferma il legame del gatto con l’intuizione e la magia, si tratta di mazzi molto suggestivi e numerosi.
Ho scelto alcune carte da mazzi differenti. Per esempio i Baroque Bohemian Cat’s Tarot di Alex Ukolov e Karen Mahony (Magic Realist Press 2004)ripropongono i mici in abiti barocchi e contemporaneamente sottolineano il lato bohemian, ovvero artistico, che li caratterizza.








Nel Cat’s Eye Tarot di Debra M. Givin (non ancora pubblicati) viene osservato il punto di vista dei gatti. La Temperanza illustra due gatti, nero e bianco, che dormono acciambellati come il simbolo del tao; mentre il Tre di coppe mostra la classica gattara che dà da mangiare.






I Cat Wisdom Cards di Toni Carmine Salerno (Blue Angel Gallery 2005) invece si concentrano sull’aspetto grafico. Sono composti soltanto da 45 carte con foto che illustrano gli stati d’animo dei nostri amici, come una situazione di allarme, il controllo dei cuccioli, l’individualità, ma anche alcuni lati spiritosi del gatto, come la tentazione di mangiare una rana o di nascondersi nelle borse.









I ventidue Chat Du Marseilles Tarot di Elaine Moertl (pubblicati dall’autrice nel 2004) sono una corretta reinterpretazione in chiave felina dei Tarocchi di Marsiglia. Dunque il mazzo è scomposto in arcani maggiori e arcani minori. Peccato che si sia rinunciato al colore, che tanta parte ha nelle figure antiche.






Il mazzo Tarot Du Chat di Sedillot & Trapet (ed. Jacques Grancher 1994) al contrario non rinuncia al colore e anch’esso segue il percorso tradizionale diviso in arcani maggiori e minori. Il Diavolo è un gatto nero con ali di pipistrello e la Papessa una gatta rossa con occhi verdi, che indossa la tunica viola e regge un libro su quale compaiono due maschere feline bianca e nera.






Monto interessanti anche i ventidue arcani maggiori Tarogatti diSerena Ciai (ed. Maestri Cartai, s.d.), nei quali le figure dei mici sono estremamente stilizzate in nero e rosso su fondo bianco con cornice nera e puntano a una lettura esclusivamente intuitiva.






Per concludere questa prima parte dedicata ai gatti nelle carte ho scelto i ventidue Tarot For Cats di Kipling West & Regen Dennis (ed. Macmillian 1996), in cui le figure non hanno stretto legame con gli originali di Marsiglia, ma sono assai godibili, come L’imperatrice rappresentata da una gatta bianca coi suoi tre micini.




Cinque personaggi senza regole fisse
Continua il piccolo viaggio nel mondo dei Tarocchi attraverso altri quattro mazzi oltremodo suggestivi dedicati ai gatti: Cat People Tarot, Medieval Cat, Gatti Modiano e Tarocchi dei Gatti Bianchi.
– Tarot of the Cat people di Karen Kuykendall ed. U.S. Games Systems, Inc., 1985
– Medieval Cat Tarot di Lawrence Teng, ed. U.S. Games Systems, Inc., stampato in Italia, 2004
– Gatto Tarocchi, Modiano
– I Tarocchi dei Gatti Bianchi di Severino Baraldi, Scarabeo 2005.
Sono cinque i personaggi che negli Arcani maggiori sfuggono ai ruoli definiti e stabili della società.
Il matto
A questo personaggio corrisponde lo zero. La società rifiuta individui fuori dalle righe, non stardardizzati. Il matto è sempre scomodo qualunque cosa faccia. Non a caso si dice: “Matto come un gatto”.




Il bagatto
È il primo degli arcani maggiori. Detto anche mago o prestigiatore, il bagatto manipola la realtà creando illusioni piacevoli e di svago per alleviare la noia del quotidiano. Curioso che nel nome contenga anche il sostantivo gatto.




L’eremita
Nono arcano, l’eremita preferisce il ritiro piuttosto che assistere ai continui scontri sociali ai quali si è inevitabilmente costretti. Anche il gatto si allontana dalle folle ed evita le atmosfere critiche.




L’appeso
Dodicesimo arcano, l’appeso è immobile e sta a guardare. La sua prospettiva può sembrare capovolta, ma gli occhi scrutano tutto. Nella sua staticità egli medita sulle cose che gli accadono intorno. Anche il gatto trascorre fermo tre quarti della giornata, ma il suo istinto è sempre vigile in qualunque momento.




La morte
Il tredicesimo arcano non ha bisogno di parole. Non rispetta nessuna regola e non guarda in faccia a nessuno, ma contiene in sé i germogli della rinascita. Per ogni ciclo che si conclude, inizia uno nuovo. “Il sonno è fratello della morte” dicevano gli antichi. Sanno molto bene i gatti che “la notte porta consiglio”.




I teatronauti del chaos. La scena sperimentale e postmoderna in Italia (1976-2008)
Marco Palladini
Recensione a cura di Noemi Israel
Pubblicata su:
Literary nr. 1/2010
Per tutti coloro che amano e studiano il teatro contemporaneo, I Teatronauti del Chaos rappresenta un patrimonio imprescindibile per l’approfondimento della materia e un must dell’inquadramento socio-visivo degli spettacoli più importanti della scena sperimentale e postmoderrna italiana. Marco Palladini raccoglie in questo libro tutta la sua esperienza di critico attento e meticoloso, e offre al lettore la storia degli spettacoli più importanti degli ultimi decenni illustrandone le caratteristiche con l’occhio del drammaturgo, regista e performer qual è.
“Colpi di memoria” sono i titoli scelti scelti dall’autore per i capitoli dedicati agli anni Ottanta, Novanta e al primo Decennio del Duemila, perché proprio grazie ad essa, alla memoria, il teatro può perdurare come “teatro evocato, ripensato, rimuginato, rimasticato, trasfigurato, traslitterato, travisato e delirato”.
Nel corso di questo avvincente viaggio attraverso il “chaos” della sperimentazione, Palladini, come Odisseo, svela le ombre e le impressioni dei teatronauti che hanno navigato di fronte ai suoi occhi. Narra fatti, scene e armonie di momenti svaniti ed estinti nel passato, a cui la sua attenzione può ricomporre una forma e fissarla sul foglio.
Il volume è diviso in otto capitoli e corredato da circa una quarantina di foto a colori e in bianco e nero, di cui alcune veramente assai difficili da reperire, come quella che illustra il secondo passaggio di Sade: opus contra naturam di Enrico Frattaroli del 2007, con la sagoma appesa di Galliano Mariani nei panni del riottoso pretino. Il libro consta anche di due ottimi Indici: quello dei nomi e delle compagnie e quello degli spettacoli e dei testi teatrali.
Palladini non si limita a de-scrivere l’opera teatrale: entra sulla scena da regista e ripropone al lettore il suo spettacolo memoriale, puntigliosamente relazionato e oggettivato, e lo serve alle memorie rammaricate di non essere state presenti in quel teatro. Lo stile è scorrevole, chiaro, ricco di riferimenti classici.
I Teatronauti del Chaos è un contributo generoso per tutti i «teatrofiliaci» e «teatrodipendenti» degli ultimi decenni, che con il reportage dell’autore possono recuperare e apprezzare molti hic et nunc italiani, altrimenti destinati all’oblìo.

I teatronauti del chaos. La scena sperimentale e postmoderna in Italia (1976-2008)
Marco Palladini
Fermenti Editrice
Roma 2009
Prefazione di Antonio Attisani. Nota dell’autore.
In copertina “Teatro Beat 72” (1976) ph. Alessandro Figurelli
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