
GATTI DALL’ALTROVE
Noemi Israel firma IL VIALE DEI GATTI PERDUTI in questo libro che raccoglie alcuni tra i migliori scrittori italiani del genere fantasy. L’autrice costruisce un racconto pieno di dettagli preziosi, ben noti a chi conosce bene il mondo felino. Dolciumi, Croma e i gemelli Eli e Sir si ritrovano nei giardini pontifici e inizia per loro un viaggio estremamente particolare. Curiosità: un cameo è dedicato anche a Benedetto XVI.
Recensioni
Pubblicata su: TriesteCafè 20/02/2022
Recensione a cura della Redazione
Noemi Israel firma “Il Viale dei Gatti Perduti” ‘nel libro “Gatti dall’altrove” edito da Mursia da oggi in libreria.che raccoglie alcuni tra i migliori scrittori italiani del genere fantasy. L’autrice costruisce un racconto pieno di dettagli preziosi, ben noti a chi conosce bene il mondo felino. Dolciumi, Croma e i gemelli Eli e Sir si ritrovano nei giardini pontifici e inizia per loro un viaggio estremamente particolare. Curiosità: un cameo è dedicato anche a Benedetto
Trieste Caffè

UNA FASHION DOLL A PALAZZO
FRANCOBOLLI E FASHION DOLL RACCONTANO 60 ANNI DELLA PRIMA DIVA VIRTUALE.
Catalogo della Mostra al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa e Spazio Filatelia – Trieste 9 marzo – 6 aprile 2019, testi in italiano e inglese, stampato da Borè S.r.l., 2019, Lecce, pp.148.
Il suggestivo percorso storico della mostra, raccontato dall’autrice attraverso foto, testi e testimonianze. Volume dedicato a grandi e piccini, non necessariamente collezionisti.
Recensioni
Pubblicata su: Literary nr. 1/2020
Recensione a cura di Luciano Nanni
Catalogo. Che una bambola possa entrare anche nel campo filatelico può a prima vista sembrare inconsueto. Questo catalogo della mostra tenutasi a Trieste dal 9 marzo al 6 aprile 2019 al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa e Sezione Filatelia riporta di fatto francobolli e fashion doll che raccontano della prima diva virtuale, la celebre bambola Barbie.
È stata creata da Ruth Handler Moskowicz (1916-2002) “figlia minore di una coppia di ebrei polacchi immigrati in America nel 1908.” Un’idea che è diventata, oltre che un fattore economico, un evento di costume e naturalmente artistico, in quanto qualsiasi cosa realizzata in un determinato modo può diventare oggetto d’arte. Ma la bambola, e in particolare Barbie, diventa qualcosa di più d’un semplice oggetto. Esistono creazioni di quel tipo di straordinaria bellezza ed eleganza, in virtù spesso dei vestiti e Noemi Israel, grande collezionista italiana, e autrice di gran parte degli modelli esposti oltre agli originali, è testimone della sua giovinezza. Ci verrebbe quasi da dire che Barbie rappresenta una persona, nel significato etrusco originario, incarnando in tal modo una dimensione che spazia dai sentimenti alla pura immagine.
Sono trascorsi sessant’anni dalla sua nascita, e a tutt’ora Barbie mantiene quella giovinezza che è delle cose durature e che in un certo senso hanno la capacità di rinnovarsi pur mantenendo il loro carattere iniziale (altrettanto si dovrebbe asserire di taluni eroi dei fumetti, per esempio Tex). La galleria ci mostra Barbie nei diversi abbigliamenti e in fondo al catalogo un annullo delle poste italiane per il primo giorno di emissione, annullo dedicato per l’appunto alla mostra di bambole fashion. Un fascino che resta a lungo nel tempo perché idealmente incorruttibile.
Pubblicata su: Literary nr. 3/2020
Recensione a cura di Giampietro Tonon
Anche il collezionismo vive un periodo storico, quello presente, difficile in quanto i nuovi potenziali protagonisti (le bambine, le ragazze), vengono bersagliati costantemente, forse meglio dire quotidianamente, da stimolazioni che li distraggono dall’osservazione di ciò che li circonda. La società attuale, quella che si chiamava qualche anno fa “di massa”, oltre a non valorizzare ciò che la circonda spesso, per una equivoca valutazione dei valori grandi e piccoli che ci circondano, dimentica, sottovaluta i legami che ci legano alle esperienze che abbiamo vissuto fin da bambini.
E una bambola, la Barbie appunto, pur non annoverandola fra i grandi interessi e miti di questi anni, ha innegabilmente svolto fino a pochi anni addietro, nell’ambito delle famiglie, un ruolo educativo non trascurabile. Curare una bambola ha svolto un ruolo nell’educazione delle bambine, perché curare una bambola stimola un interesse rivolto alla stessa bambina nel suo divenire.
Noemi Israel ha praticamente vissuto a fianco delle sue bambole, non a caso definisce Barbie “la mia più cara amica” e nei mesi scorsi (9 marzo-6 aprile 2019), con la collaborazione delle Poste Italiane, ha allestito a Trieste presso il locale Museo Postale, una mostra in occasione del sessantesimo anniversario della nascita di Barbie (9 marzo 1959 dalle mani di Ruth Handler Moskowicz).
Oggi è molto difficile accettare da giovani e adulti usanze, abitudini di solo pochi anni fa. Per strada si incrociano bambini che come penitenti ci passano accanto senza osservarci perché il loro sguardo, la loro attenzione, è rivolta al telefonino che tengono fra le mani. E non sanno quanto si perdono sacrificando il rapporto con gli altri. Perché anche da una Barbie, da una semplice bambola, si impara a conoscere l’altro e a rapportarsi con l’altro da sé.
Questa documentazione costituirà una pagina di storia nella storia di questo periodo.
Pubblicata su: Literary nr. 6/2020
Recensione a cura di Monica Florio
Da sempre i giocattoli incidono profondamente sulla formazione della personalità infantile e sono determinanti nel plasmare l’identità maschile e femminile.
Alla fine degli anni Cinquanta, le Barbie hanno rappresentato un modello alternativo alla tradizionale bambola che favoriva l’identificazione della bambina con la figura materna.
Al contrario, Barbie incarnava sia la giovinezza che l’indipendenza, proiettando, con i suoi indumenti e accessori, la fantasia delle bimbe in un universo talvolta a loro precluso, all’insegna del lusso e del divertimento assoluto.
In tal senso, Barbie è stata il simbolo della femminilità e dell’eleganza, nonché lo specchio dell’immagine della donna nella società, che tempestivamente ha rappresentato nella sua evoluzione.
Ciò spiega perché il suo successo sia stato così duraturo: Barbie è sempre al passo coi tempi, è insieme classica e moderna, divenendo, al pari di altre bambole (dalle Bratz alle Winx) che nei decenni successivi si sono imposte sul mercato, il veicolo pubblicitario di una serie di prodotti aventi lo stesso marchio.
Dopo i francobolli, Barbie è il secondo oggetto più collezionato al mondo. Non a caso, proprio le Poste Italiane hanno sostenuto la retrospettiva avente luogo a Trieste dal 9 marzo al 6 aprile 2019 che celebra i sessant’anni della famosa bambola.
A corredo della mostra è il catalogo bilingue della collezionista Noemi Israel che ha raccolto i francobolli postali dedicati alla bambola, pubblicandoli insieme ad altro materiale iconografico.
L’Autrice ricostruisce passo per passo la storia di Barbie, definita la prima diva virtuale per aver esordito nel ’59 in uno spot televisivo per bambini.
Nel volume compaiono le edizioni, rigorosamente limitate, di questa fashion doll vestita con abiti firmati da stilisti di grido (c’è poi la Barbie Principessa delle nevi, venduta solo nei paesi scandinavi).
Divenuta un vero e proprio oggetto di culto (a lei Andy Warhol dedicò un ritratto), Barbie è stata talvolta al centro di polemiche: nel 2010 apparve un modello munito di telecamera digitale che destò l’allarme dell’FBI che ne temeva l’utilizzo inappropriato da parte dei pedofili.
Versatile (non si contano i mestieri che “ha svolto” nella sua carriera) e trasgressiva (ecco i modelli di Barbie Transgender e Drag-queen, Ken e la Famiglia Arcobaleno, Ken & Christie Pride), Barbie asseconda il desiderio dei giovanissimi di sentirsi subito grandi e, nella sua complessità, eccede i limiti angusti del giocattolo destinato all’infanzia.

LA SCRITTURA
Prefazione di Gualtiero De Santi, Fermenti Editrice, Roma 2009, pp. 68.
Cosa ci rimane oggi, dopo tanti crolli, annunciati, millantati ed esaltati? Forse, per dare una risposta che sarebbe potuta piacere alla Weil, restano le tensioni che cancellano i legami e gli ordini tradizionali, e le parole che non nominano, oppure che nominano e indicano indirettamente. Se la menzogna si contrappone al bene, dovrebbe essere la verità a risarcirlo. Ma di fronte a una verità conculcata dal potere, il riflesso condizionato va a ricercare la strada della differenza. Al teatro epico e sociale, oggi non più praticabile perlomeno nei termini noti, si è venuto sostituendo un teatro di analogie e di levità (all’apparenza un po’ boulevardier), che, consapevole dell’avvenuto abbassamento della parola, punta su una tecnica diversa d’attenzione. L’attenzione verso che cosa?
(Gualtiero De Santi)
Recensioni
Pubblicata su: Il Piccolo – 13/03/2010
Lui, lei e il teatro: La scrittura
Dove finisce la finzione e inizia la realtà?
Questo il dilemma affrontato sia dalla professoressa di letteratura italiana, Patrizia Rojc, che dallo psicoanalista Silvio Cusin nel corso della presentazione dell’ultimo libro di Noemi Israel, La Scrittura (commedia scritta in forma di prosa, dedicata ai quattro mici-arlecchini dell’autrice), edito da Fermenti e illustrata da Paolo Marani, che si è svolta nella cornice dell’hotel Victoria a Trieste venerdì 12 febbraio 2010.
La Scrittura è la storia di tre personaggi: lui, lei e il teatro, ha spiegato la Rojc illustrando il ruolo storico che la maschera ha avuto nel teatro italiano. “L’autrice unisce la tradizione della commedia dell’arte alla più moderna tradizione teatrale. Tale unione è evidente quando il ruolo del protagonista maschile – che decide di togliersi la maschera impostagli dal copione per lasciarsi andare a un sentimento d’amore – cade di fronte alla dimostrazione della sua sensibilità». La professoressa ha anche evidenziato l’estrema disinvoltura dell’autrice nel passare da ottonari trocaici, con addirittura una sillaba composta da due consonanti, alle elisioni dell’italiano neo standard.
Il professor Cusin ha invece analizzato la ricerca costante di un contatto profondo e d’amore da parte di Lucrezia, la protagonista femminile, donna dominante che ha paura di essere travolta da un sentimento e ha bisogno di attuare molte difese per evitarlo, a cominciare dalla scelta di un attore non professionista al quale affidare il suo personalissimo copione. «Lucrezia usa il cambio d’abito come gesto di seduzione – ha detto Cusin – ma rimanda l’accoppiamento sentimentale con l’uomo che ha scelto – e che paga per recitare – per paura di cedere a ciò che prova realmente. Il nevrotico preferisce un rapporto sessuale a una relazione amorosa, avvertita come troppo pericolosa».
Il professore, inoltre, ha identificato l’entrata delle maschere con l’irrompere del “perturbante”. “E’ un sogno in cui si rappresentano le parti libidiche antiche dell’Uomo. Il macchinario che esse trasportano dovrebbe garantire in maniera meccanica, cioè moderna, l’orgasmo Ma entrambi i protagonisti rifiutano l’offerta e le maschere finiscono per ridurre in burla la proposta del dottor Dulcamara, ridotto ormai solo a venditore di sex-machine, anziché di elisiri».
Qual e, alla fine, il contenuto della Scrittura? «Rimane en enigma – ha chiosato Cusin – Ma sicuramente, grazie al sogno perturbante, Lucrezia verrà liberata dalle sue paure».
L’ascolto di alcune Sezioni di Canto Ostinato di Simeon ten Holt (parte integrante del contrappunto linguistico-musicale utilizzato dall’autrice) e la consegna a sorpresa dell’attestato di benemerenza a Silvio Cusin, nominato “Personaggio Labirintismo 2010” e membro d’onore del Movimento. Il Labirintismo non è solo una corrente artistico-letteraria, ma è un modo di concepire la vita attraverso l’arte.
Il racconto di Noemi Israel, Polterwitz (presentato anch’esso durante la manifestazione) è la storia di una beffa colossale giocata dall’Inconscio di un gruppo di analizzandi a danno del loro terapeuta. In una cornice oltremodo realistica, l’iperbolica “vendetta” degli pazienti ha luogo in un circo, dove la venale psicoanalista diventa addirittura il bersaglio del Re dei coltelli volanti. Finale a sorpresa.
Così si è conclusa la serata, alla quale ha partecipato un pubblico numeroso ed entusiasta.










Video 1 intervento di Patrizia Rojc
Video 2 intervento di Silvio Cusin
Video 3 Premio Il Labirintismo
Pubblicata su: Literary nr. 1/2010
Recensione a cura di Luciano Nanni
Teatro. Figaro deve recitare e amoreggia con Lucrezia che gli procura una scrittura. Le scaramucce amorose vengono interrotte da Dulcamara (proveniente da L’elisir d’amore), il quale anziché la pozione miracolosa propone una sex-machine. Entrano le maschere della commedia dell’arte: Arlecchino, Brighella, Zani, Colombina, Mirandolina e Tiberino (vestito da donna). Dulcamara decanta le possibilità erotiche della macchina. Al di là dei ‘simboli’ sta la caratterizzazione dei personaggi, figure di una società in cui tutto è superficiale e trascorre senza lasciare tracce: sentimenti e idee sono o alla deriva o strumenti dell’apparire. Le vivaci tavole di Marani realizzano per immagini situazioni della pièce teatrale.
Pubblicata su: Literary nr. 1/2010
Recensione a cura di Elisa Davoglio
Noemi Israel è una autrice teatrale che privilegia il paradosso e l’esasperazione della realtà come formula vincente per la propria scrittura.
Fedele al tema della “Scrittura” intesa come partitura teatrale e che costituisce anche il titolo dell’opera, l’autrice ribalta il reale nella sua versione più immaginifica e provocatoria per permettere ai suoi personaggi una notevole libertà scenica e una dialettica che non si limita allo stereotipo ma discute efficacemente se stessa.
Nella figura di Figaro e di Lucrezia Noemi Israel rivisita l’opera musicale accompagnandola con un rinnovato libretto carico di arguzia e ironia, mettendo in scena una pantomima in cui si avvicendano insieme la finzione nella finzione e la concretezza del quotidiano.
L’autrice mette in scena maschere della commedia teatrale proponendole in una versione forse più approfondita e laica, lasciando a loro il commento su quanto è più incomprensibile e meno gestibile della realtà che attraversano: “voglio una trama senza punteggiatura, con acme continuo” dice Lucrezia a Figaro spiegando la sua personale interpretazione della realtà, rappresentando forse una angoscia contemporanea che ci appartiene.
“Chiediamo asilo alla Finzione, lo Stato dove non si soffre mai. Andiamo via. Esiliamoci. Lontano da malsane verità. Giriamo alla larga. Subito. Adesso”: l’ultima esortazione di Lucrezia a Figaro è un imperativo che raccoglie la volontà di Noemi Israel ed esemplifica la sua poetica, sospesa tra camuffamento bizzarro della realtà e provocazione continua.
Pubblicata su: Literary nr. 4/2010
Recensione a cura di Fabio Zampieri
Figaro: Mi dà angoscia vedere vite senza arte né parte a caccia di copioni.Lucrezia: […] Tutto è iniziato perché volevo un compagno di giochi per fare qualcosa: il teatrino, fiori di verdura, animali di frutta, passatempi, magari anche una storia. Non m’interessa né il senso, né la morale, non mi piace quando finisce. Voglio una trama senza punteggiatura, un acme continuo.
La scrittura è l’ultima operetta teatrale, edita da Fermenti, della briosa Noemi Israel, già conosciuta e premiata autrice di testi per il teatro e racconti umoristici.
La scrittura è un intreccio di vago sapore pirandelliano per la leggerezza, lo spirito e il garbo con cui la Israel tratta tematiche che si prestano a molteplici letture e che, a uno sguardo più approfondito, si rivelano implicare paradossi e problemi etici e filosofici profondi, quasi radicali.
A una lettura più elementare il testo qui presentato sembrerebbe raccontare la storia di Lucrezia, una donna ricca, annoiata e senza valori alla ricerca di un diversivo con cui riempire qualche ora di un’esistenza senza senso. Scrittura quindi un attore, Figaro, pagandolo profumatamente, per impersonare personaggi, storie e avventure preconfezionate e asettiche, in cui anch’ella è partecipe, ma senza alcun coinvolgimento, almeno in principio, erotico ed emozionale. In questo senso il teatro, la scrittura appunto, diviene una metafora della vacuità della società civile, in cui la maschera, la recita, l’artificiosità e l’inautenticità sono la triste regola.
Il testo si presta anche a una seconda lettura, diremmo intermedia fra la prima e una più profonda che proporremo qui sotto. La finzione della realtà che Lucrezia ricerca nel teatro, e in Figaro, è piuttosto il mezzo di una fuga dalla realtà, frutto del rifiuto consapevole e deliberato dell’assenza di valori della società di cui Lucrezia stessa fa parte. A conferma di questa interpretazione le parole esplicite di Lucrezia, pronunciate alla fine della commedia: “Chiediamo asilo alla Finzione – dice la donna a Figaro – lo Stato dove non si soffre mai. Andiamo via. Esiliamoci. Lontano da malsane verità. Giriamo alla larga. Subito. Adesso.” A ben vedere, si tratta di un ‘gioco’ in cui anche Figaro si trova intimamente coinvolto, perché anche l’attore rifugge il mondo a cui appartiene: sia quello del teatro, la cui corruzione sembra essere interpretata dal collega Dulcamara, invischiato in traffici di stampo erotico-pornografico, sia quello del vero lavoro di Figaro, che fatica per ottenere il riconoscimento di chef. Lui si stesso si definisce: “Sguattero, in cucina, a saziare gente priva di ricordi e di poesia.”
Infine, a un’ulteriore lettura che riteniamo forse possa far emergere gli elementi più originali e sentiti della rappresentazione, questa fuga dalla realtà può essere vista come, paradossalmente, una via d’accesso non tanto a un mondo di pura finzione, quanto a una dimensione più reale, più immediata e autentica della realtà stessa. In effetti, nel corso delle diverse rappresentazioni che Lucrezia commissiona a Figaro, mano a mano emergono anche una serie di “improvvisazioni” e “fuoriprogramma” in cui emergono i veri caratteri dei personaggi e in cui sembra modellarsi un sentimento reciproco autentico. La finzione, o piuttosto la rappresentazione, sembra quindi, in ultima analisi, il vero aspetto della realtà e della vita. Come se non esistessero, a priori, un’unica realtà vera e un modo di vivere autentico, ma solo dei possibili modi di essere che, rappresentandosi, acquisiscono corpo e carne. Il teatro diviene dunque la vera dimensione delle cose e delle persone e la “morale della favola” sembra essere la seguente: visto che noi tutti non siamo che rappresentazioni, tanto vale scegliere consapevolmente la parte che vogliamo rappresentare, proprio perché lì, nella nostra volontà e nei nostri desideri, si nasconde l’essenza più profonda. E la suggestione, intrisa di filosofia ebraica che fa parte del bagaglio personale dell’autrice, sembra essere che è proprio il potere della parola, incarnata nella Scrittura, a rendere possibile la realtà e la vita, come rappresentazioni che continuamente creandosi dal nulla rappresentano se stesse.
Pubblicata su: Literary nr. 5/2010
Recensione a cura di Enrico Pietrangeli
Un teatro che si mette in scena da dietro le quinte, attraverso un’ambientazione che prende forma dai camerini di un’altro spettacolo già in corso, ma anche ponendo in evidenza, con un’assecondante lievità, taluni aspetti del nostro esistere contemporaneo.Scrittura che è parte di un processo osmotico tra realtà e finzione, nondimeno è anche una vera e propria scrittura offerta all’attore da parte dell’attrice, nonché perno dell’intera vicenda. Una provocazione rappresentativa della compravendita quale modello vigente del relazionarsi ma che, tuttavia, diviene anche paradossalmente paradigma di presa di coscienza dalle circostanze. C’è una finzione scenica che resta intrappolata dal reale nella consapevolezza della realtà-finzione circostante, mercificazione uniformante ostentazione deprivata del sentire dell’io. Il tutto si svolge tramite un copione da lei precostituito ed al quale lui, in quanto pagato, dovrà teoricamente attenersi, in un appuntamento settimanale scandito dal giovedì. Naturalmente le cose si complicano subito, tra orgogli timorosi di rimanere impantanati nel gioco.Un gioco che s’innesca, a tratti stravagante, fino a modellare dettagli in simboli ed ortaggi in fiori fuori copione, per i protagonisti un percorso con cui contaminare la tensione esistenziale attraverso la recitazione. Il tutto viene gradualmente tinteggiato dell’arte allusiva dell’erotismo, del tutto antitetica alla preponderante omologazione dell’esplicitazione, pornografica a partire dalla mancanza di un autentico oggetto del desiderio. Una sorta d’ipertesto emblematico del vivere e di tutte le sue varianti è quanto s’insinua tra le righe pronto a fuoriuscire, ma nondimeno è lo stesso testo che costituisce il solo punto di riferimento risolutivo percorribile. Dulcamara e il suo codazzo di maschere della commedia dell’arte dà consistenza a quanto detto, comparendo infine a mo’ di demiurgo. È lui che media e dispensa l’elisir d’amore. Show-room con sex-machine telecomandata dell’orgasmo “da copione” è quanto la co-protagonista non sceglie scritturando l’attore sì con un suo copione, ma nella segreta speranza che sia anche in grado di tradirlo dalla finzione. D’altronde il reale è parte di una degenerata ipocrisia, tanto che infine non si stenta a chiedere “asilo alla finzione”, “lontano da malsane verità”. Trionfa infine l’amore, ma nel quotidiano folgorato con un’ultima battuta, che meglio rende il qui ed ora in una dimensione che trascende.

POLTERWITZ (La beffa)
In: Labirintismo , Edizioni Stravagario, Tremensuoli di Minturno 2009, pp. 69-75
Storia di una beffa colossale giocata dall’Inconscio di un gruppo di analizzandi a danno del loro terapeuta. In una cornice oltremodo realistica, l’iperbolica “vendetta” degli pazienti ha luogo in un circo, dove la venale psicoanalista diventa addirittura il bersaglio del Re dei coltelli volanti. Finale a sorpresa.

TERTIUM NON DATUR
Prefazione di Marco Palladini, Fermenti Editrice, Roma 2009, pp. 84.
Alcune foto della presentazione.
Prefazione
Marco Paladini
In un giorno estivo qualunque, in una villa di San Lorenzo del Carso, si incrociano le vite di Glicine, quarantenne sposata, e Vicky Mayer, professore ordinario di Letteratura. Lui è un impenitente scapolo, non privo di una certa spocchia professorale, un po’ seduttore e un po’ misogino, sotto sotto ancora legato alla mamma. Lei è la consorte sfortunata di un uomo ridotto in carrozzella, già quasi in stato neuro-vegetativo, che fa ancora la “ragazza”, cicaleggia con le amiche, tutte sfigate in amore, ed è legatissima al padre vedovo. I due – Vicky e Glicine – si annusano, si studiano e animano una vivace schermaglia amorosa che si nutre di sottili fendenti psicologici da una parte e dall’altra. C’è tutto il piacere di ferirsi per non riconoscersi deboli, per non dichiararsi per primi, e in mezzo c’è pure la questione del padre di lei che è anche il ‘maestro’ universitario di lui, così che l’unione tra la figlia e l’allievo è, fatalmente, pure un topico (e tipico) rapporto edipico ‘spostato’. Nel testo pulsa una sostenibile leggerezza dell’essere e la sua temperatura di gradevole commedia di costume di conserva brillante anche nel coup terminale, che inscena un piccolo rovesciamento meta-teatrale.
Recensioni
Pubblicata su: Literary nr. 7/2009
Recensione a cura di Luciano Nanni
Teatro. C’è un tono di seriosa leggerezza nei dialoghi dei tre atti: commedia con punture di spilli o graffi (non stupisce che all’autrice sia stato assegnato il Premio Bastet ‘per la diffusione della Cultura del Gatto’) nel gioco delle parti, di scaramucce amorose e non, di una società bene che vuol dimostrare la sua cultura e l’amore per essa, le già notate da M. Palladini frasi latine (es. p. 74) o la musica di Bach (p. 33). Per cause di forza maggiore nel contesto socio-culturale gli scrittori di teatro trovano difficoltà a far rappresentare i loro lavori: ciò nulla toglie al valore di un copione che prende vita anche alla semplice lettura privata.
Pubblicata su: Literary nr. 9/2009
Recensione a cura di Elisa Davoglio
Tertium non datur è una gradevole partitura teatrale, sospesa tra realismo e porzione metafisica del quotidiano che si palesa maggiormente nel finale dell’opera.
La scena si mantiene stabilmente in un interno borghese, dove si muovono personaggi dai contorni concreti (il professore, sua figlia, il successore di lui alla cattedra universitaria, le amiche di lei ed altri..) e da una interiorità che declina a raccogliere istanze più ambiziose di quelle che vengono catturate nell’immediatezza della lettura.
La trama è assai semplice e i dialoghi si costruiscono in lucide sequenze che mantengono compatta l’unità strutturale presente in ogni atto, ma gli argomenti trattati dai personaggi palesano una complessità che necessita una riflessione maggiore al di là della storia.
La ricerca della perfezione – sia che esemplifichi efficacemente tutte le caratteristiche della propria individualità – è particolarmente ricorrente nell’opera, come anche il tentativo di acciuffare una collocazione alla propria sessualità, intesa come genere in cui definirsi e identificarsi. Eppure, sostiene la protagonista della commedia, “tertium non datur”: non vi è altra scelta rispetto a quella che ci viene proposta da canoni prestabiliti e che deve essere accettata di conseguenza.
E la scelta che in qualche modo viene negata diventa nella partitura stratagemma ricorrente che si palesa in un finale surreale in cui viene sovvertito l’ordine riflessivo e consequenziale dei precedenti atti; il paradosso argomenta la scelta, rendendo i personaggi passivi attori di un finale già attuato, liberi solo di lasciare la scena.
Pubblicata su: Zeno Magazine nr. 144/2009
Recensione a cura di Redazionale
Vogliamo inoltre segnalarvi una sagace commedia di un’altra autrice locale, la giornalista pubblicista Noemi Ruth Israel. Tertium non datur è una vivace piéce teatrale ricca di divertenti equivoci ambientata nel milieu dell’agiata borghesia ebraica triestina. I tre personaggi principali, il professor Teodoro cattedratico di letteratura italiana, il suo assistente Vicky e la figlia di Teodoro Glicine sono coloro che fondamentalmente tirano le file della commedia.
L’anziano professore sta lasciando l’istituto per godersi la pensione nelle mani del suo assistente Vicky, quarantacinquenne impenitente scapolo con una vita dedicata interamente alla carriera accademica. Glicine è una vivace quarantenne seppure infelicemente sposata con un marito in stato neuro-vegetativo. L’azione della commedia si svolge in una casa di San Lorenzo in Carso, dove i tre si trovano a passare un paio di giorni insieme.
Teodoro è molto legato alla figlia e si diaspiace per la sua disgraziata situazione esistenziale, e Vicky è sottilmente attratto da Glicine. Veloci scambi di battute infarciti di citazioni latine che sono una forma di comunicazione diretta tra i tre, numerosi cambi di ambiente e inattesi colpi di scena fanno scivolare via la commedia della Israel fino all’immancabile happy ending che non vi vogliamo svelare.
I dialoghi sono orifinali per nulla scontati, rivelando una decisa capacità introspettiva dell’autrice. Altresì coraggiosa nel difendere il diritto alla felicità della sua protagonista Glicine. L’autrice di questa breve drammaturgia si è già distinta in passato per numerosi premi letterari. L’ultimo in ordine di tempo è il premio per la scrittura teatrale al Concorso internazionale di arte “Mecenate”.
Pubblicata su: Literary nr. 10/2009
Recensione a cura di Marilena Genovese
Sono Vicky, Glicine e Teodoro i protagonisti di questa commedia di costume. Il primo è un seduttore e uno scapolo impenitente, la seconda è la moglie di un uomo condannato a vivere su di una carrozzella, che si diverte ad interpretare, benché non sia più giovane, la parte della ragazzina, l’ultimo il padre di lei, agiato accademico in pensione e vedovo, tutt’altro che disposto a rinunciare al suo ruolo di manipolatore delle vite altrui.
Tutti e tre si muovono sullo sfondo di una società borghese del nord-est, di estrazione ebraica, in un ambiente colto e raffinato, in cui ogni gestualità e gusto esprimono lo stile e la profonda cultura di cui sono imbevuti. Un tratto che tradisce la stessa formazione della scrittrice e che si palesa in più di un’occasione nel ricorso alle frequenti citazioni latine messe in bocca ai personaggi.
Lo scenario è quello della casa di Teodoro, a San Lorenzo del Carso. Una villa di cui egli è particolarmente geloso e che ha intestato a sua figlia, Glicine. Unica figlia femmina, è lei che si occupa del giardino mentre a Delia, moglie di un contadino e amante segreta del professore da molti anni, spetta il buon andamento della casa.
Tra un susseguirsi di equivoci e di colpi di scena – come quello finale che vede irrompere sul palcoscenico un intruso di cui facciamo solo un breve cenno al fine di non togliere al lettore il piacere della scoperta – la pièce riesce a trasmettere un ché di gradevole, in cui umorismo e ironia convivono. Semplice nel suo svolgimento, sembra riportare a quel sano buonumore di cui erano pregne le passate opere teatrali prima che – come sottolineato nella Prefazione dallo sguardo critico di Marco Palladini – la creatività perdesse di vigore per sottostare alle mutate esigenze culturali che accompagnano i nostri giorni.
Il testo della Israel ha dunque questo di positivo: quello di avere saputo riproporre un’opera dal taglio classico, fatto di indicazioni paratestuali – è fitta la presenza delle didascalie – che accompagnano i dialoghi. Nulla è lasciato al caso: dalla descrizione della scena in cui si svolge l’azione ai personaggi di cui la scrittrice ci fornisce molti dettagli, non ultime le indicazioni per l’intonazione dei registri vocali.

MEZZA CASTITÀ
Prefazione di Donato Di Stasi. Fermenti Editrice, Roma 2007,
pp. 64.
Noemi Israel dà vita a una commedia degli inganni e delle ripicche, delle dissoluzioni e delle disillusioni. Il suo intento si rivela quello di decifrare una certa realtà, una volta mossi i fili di un universo che procede “a casaccio, senza regole”. Tale esigenza giustifica la necessità di gettare i personaggi nel loro destino senza particolari fortune e speranze. Per dirla con Majakovskij, la vita non è che il primo disegno mal riuscito di una balena; su questa sinopia l’Autrice sa tracciare i percorsi del ragionamento e dell’intelletto, forse le uniche salvezze rimaste sulla carta e nella realtà.
(Donato Di Stasi)
Recensioni
Pubblicata su: Literary nr. 12/2007
Recensione a cura di Luciano Nanni
Teatro. Funzione del teatro è spesso la rappresentazione della quotidianità, banale o superficiale, tipica di certe mentalità borghesi: il pettegolezzo nasconde l’invidia e il senso di disagio il vuoto interiore: non è facile mutare, proprio per la posizione di ciascun elemento. Nei due atti la Israel (triestina; nel testo appaiono termini ebraici) conduce abilmente il gioco delle parti e caratterizza i singoli personaggi con una serrata trama dialogica: dialoghi ‘dal vivo’ in cui sembra mancare la ricerca esistenziale. Profondità di significato che l’autrice riserva a chi sa leggere oltre le parole.
Pubblicata su: Literary nr. 7/2008
Recensione a cura di Elisa Davoglio
Un interno borghese in cui i personaggi creano sulla scena il loro personalissimo e disilluso teatro, mettendo sul palco tutta la loro amara e ironica riflessione sui paradossi dell’esistenza.
Con sagacia e umorismo ma anche con una buona dose di graffiante provocazione, Noemi Israel racconta il convivio di un gruppo di amici, affermati professionisti che si conoscono fin dall’infanzia perchè tutti fanno parte della medesima comunità ebraica.
Il sipario si alza su uno sfondo fatto di dialoghi calcolati nell’essenzialità della loro misura, veloci e diretti nel sancire fin da subito quello che sarà il climax dell’opera; ognuno di loro ha qualcosa da dire, qualcosa da raccontare attorno a chi è presente più di tutti sul palco, anche se all’inizio in absentia.
Come capita spesso nelle rituali riunioni tra conoscenti e anche amici di vecchia data ci si scopre parlando di qualcun altro, qualcuno che racchiude per tutti un’incomprensibile quesito su cui ragionare senza posa; è il caso di “Mezza Castità”, dove la domanda su cosa combini Bella Ricò, stupida e incosciente “amica” di tutti appassiona i personaggi di volta in volta coinvolti nell’esprimere un nuovo aneddoto miserevole su questa figura, che sembra convogliare su di se i peggiori attributi, vanità e meschinità in ogni sua esternazione.
Bella Ricò, ottusa fino al non percepire nemmeno il ridicolo che produce, è la personificazione della stupidità inconsapevole, forse per questo vincente nel giogo di rimostranze emotive sollevate dagli altri personaggi al suo cospetto, prima fra tutti un’invidia naturale per l’incoscienza di Bella Ricò, più che per la sua ricchezza e il suo destino compiacente.
Così è il confronto con lei che permette lo scaturire di riflessioni profonde che attraversano i personaggi pur nella leggerezza della trama, facendo loro percepire uno smacco esistenziale che va ben oltre la scena. Come dice uno di loro verso la fine dell’opera teatrale “il mondo va in direzioni improbabili. O ci si adegua o ci si ritira. Io mi ritiro”.
Noemi Israel ha la capacità di esplorare con naturalezza personaggi apparentemente soddisfatti, sgominando tutte le loro insicurezze.

AMICI PER CASO
in: Gatti Magici: amicizie particolari, a cura di Giordano Alberghini, Mursia, Milano 2005, pp. 64-69.
Il gatto rosso Ariel dell’autrice stringe amicizia con una ranocchia trovata viva nell’insalata confezionata, acquistata al supermercato.

DIECI E MEZZO
B&V Editori, Gorizia 2002, pp. 112. (Illustrazioni di Paolo Marani)
Dieci e mezzo è una raccolta di novelle, in cui l’Autrice utilizza con virtuosistica semplicità stili differenti, dal racconto tradizionale al dialogo teatrale, dalla forma giornalistica al bozzetto. Ogni novella fotografa scorci di ordinaria vita relazionale, come l’esame universitario, la riunione del circolo, una visita di cortesia, rapporti coniugali e familiari, delineando con graffiante ironia i quotidiani inghippi provocati dalla presunzione, dal disinteresse, dalla sopravalutazione del prossimo, dalle demagogie e dai fanatismi. Tra i molteplici personaggi, spicca sugli altri il prof. Ligeti, autorevole e buffo “barone” della medicina, più volte protagonista di funamboliche situazioni, dalle quali esce sempre vittorioso grazie all’arguzia e al buon senso.

Recensioni
Pubblicata su: Trieste Oggi nr. 2/2003
Recensione a cura di Annalisa Perini
Alle Dieci e mezzo scocca l’ora dell’ironia
Oggi alle 18 presso la libreria “Nero su Bianco” di via Oriani 4/b il critico Mauro Piccinini e il saggista Stefano Cosma presenterannno il volume Dieci e mezzo di Noemi Israel, pubblicato recentemente da B&V Editori. Saranno presenti la scrittrice Noemi Israel ed il vignettista satirico Paolo Marani, autore delle illustrazioni e della copertina del volume.
Dieci e mezzo è una raccolta di novelle umoristiche in cui si alternano stili narrativi differenti, dai semplice racconto al dialogo teatrale, dalla forma giornalistica al bozzetto. L’autrice, di origine triestina, è giunta al quarto lavoro letterario e lo scorso anno è stata finalista del “Napoli Drammaturgia in Festival” con l’opera teatrale Béla Ferenczy nella stagione delle zucche.
«Il titolo – spiega Noemi Israel – nasce dall’ora in cui ho terminato di scrivere il libro, proprio alle 10.30 del mattino. Il volume raccoglie delle storielle realistiche ma surreali al tempo stesso, in cui ho voluto “fotografare”, di volta in volta, vari scorci di ordinaria vita di relazione con i loro “inghippi” quotidiani provocati da umani difetti come la presunzione, il disinteresse, la sopravvalutazione del prossimo, le demagogie e i fanatismi. Il tutto sempre utilizzando il filtro dell’ironia, perché mi piace “castigare” i costumi ridendo. Non ho l’animo poetico per decantare la realtà in modo soave, diciamo, ma preferisco descriverla, piuttosto, con il sorriso e in maniera tagliente».
«Già mentre stavo scrivendo le novelle – continua l’autrice – le immaginavo corredate da illustrazioni e pensavo proprio a Marani che giudicavo sarebbe stato abile, a mio avviso, nel poter cogliere lo spirito delle situazioni e dei personaggi-caricature che popolano questi racconti. Marani, su proposta dell’editore, ha quindi accettato questa collaborazione, dicendo di essersi divertito molto nel leggere Dieci e mezzo».
«Tra i molteplici personaggi del libro – conclude Noemi Israel – spicca la figura del “barone” della medicina Ligeti, ritratto, in differenti situazioni, in quattro racconti. Ligeti è un personaggio con un’accezione negativa e positiva al tempo stesso, una specie di “guascone” che dà una mano agli altri, che grazie alla sua arguzia risulta sempre vincitore, ma che non perde mai la propria identità di professore, di cui va molto fiero, e che rimane sul suo piedistallo. Nel caso di Ligeti, in particolare lo studio dell’illustrazione è stato molto accurato, per rendere più viva la caratterizzazione di questo personaggio che, pur con i suoi difetti, risulta infine buffo e simpatico».
Pubblicata su: Literary nr. 3/2009
Recensione a cura di Luciano Nanni
Narrativa. L’autrice si è diplomata in pianoforte ed è studiosa di cinema e storia della musica. Nei racconti o novelle di Dieci e mezzo qualche riferimento alla musica lo si trova: il professor Ligeti ha lo stesso cognome dell’importante compositore rumeno morto tre anni fa e ne L’asso di picche appare un maestro di flauto. Si deve riconoscere che la diversificazione dei generi, sino alla forma teatrale de Le gemelle Falangà, non rinuncia a una vena umoristica. Nel racconto di p. 83 il suddetto professore (di nome Umberto), svegliato alle quattro del mattino da una telefonata, per liberarsi quanto prima dell’importuno paziente gli ordina un bicchiere di marsala che riesce alla fine essere un toccasana.

MONOLOGO FEMMINILE DELLA DOMENICA
In: Libera o liberata, Edizioni Il leccio, Chioggia 2002, pp. 126-127.
L’angoscioso risveglio di una casalinga sposata che si convince di essere libera e realizzata perché la domenica si alza dopo l’una. E’ sola a casa e ancora non ha figli. Rimugina tutto l’andazzo della sua vita, con stanchezza crescente, e alla fine abbandona le speculazioni per dar da mangiare ai suoi gatti. Il presentimento di non essere né libera né liberata trasuda da ogni sua parola. Una scelta linguistica scarna e graffiante al tempo stesso, quella della Israel, che mette in risalto l’amaro sapore di una sconfitta sottintesa.

BÉLA FERENCZY NELLA STAGIONE DELLE ZUCCHE
Battello stampatore, Trieste 1999, pp. 124.
Béla Ferenczy, dentista di chiara fama, deve affrontare il dramma di una malattia incurabile; Biagio Strucchelli, suo inseparabile amico e collega, quello di una incalzante e precoce senescenza. I due uomini sono obbligati, loro malgrado, a riflettere sul significato di morte, vecchiaia e solitudine proprio quando Abigail Silbermann si presenta nel loro studio dentistico, in un giorno qualunque d’autunno. La bizzarra ed esuberante “ultima” paziente del dottor Ferenczy mette in movimento un incredibile gioco di ricordi e caratteri, che frantuma immediatamente l’atmosfera cupa del triste novilunio ungherese in frizzanti scintille di umorismo. La vita continua inesorabile, anche di fronte a sconvolgenti segreti, ma la memoria crea fra i tre una catena di intima e reciproca corrispondenza, che si esprime in un tessuto letterario arricchito da anagrammi, simboli e armonie.
La particolarità – davvero unica e precorritrice dei tempi – di questo libro, pubblicato nel 2000, è che conteneva un segnalibro con l’indirizzo mail al quale si poteva scrivere per far continuare la storia a piacimento dei lettori.
L’indirizzo, per la cronaca, è sempre attivo:
cocomontblanc@yahoo.it
e i personaggi ancora lì …

(attore, che ha letto alcuni brani del libro) presso la libreria Nero su Bianco durante la presentazione.
Recensioni
Pubblicata su: Trieste & Trieste nr. 11/2000
Recensione a cura di Redazionale
Presentato il libro `interattivo’ della scrittrice triestina Noemi Israel
La stagione delle zucche. Storia che non ha mai fine
Brillante dialogo a tre dove anche i lettori parlano con i personaggi
“Da lettrice ho sempre sognato, fin da piccola, di potermi mettere in contatto con i personaggi di un libro, per sapere cosa succede dopo la parola “fine”: e oggi con Béla Ferenczy nella stagione della zucche, raffinato dialogo a tre in due parti, la giovane triestina Noemi Israel, giornalista e studiosa di storia della musica e del cinema alla sua seconda esperienza letteraria, ha coronato il suo sogno, da scrittrice. Il libro appena pubblicato, infatti, è “interattivo”, forse il primo esperimento del genere: “se il lettore sarà insoddisfatto o vorrà saperne di più sui personaggi, potrà scrivere alla posta elettronica. I protagonisti garantiscono una riposta personalizzata” spiega Noemi Israel, che ha allegato a tutte le copie un segnalibro con questa indicazione. Il finale dell’autrice, quindi, diventa solo una delle possibili conclusioni, ognuno potrà “scoprire” la sua. Ma questa è solo una delle particolarità di Béla Ferenczy: l’altra è quella delle diverse chiavi di lettura possibili. `C’è una chiave letteraria, il cui intento è quello di dimostrare che oggi è molto difficile raccontare cose profonde, episodi dolorosi magari rimossi, senza essere interrotti anche dalle cose più banali (esempio: lo squillo del telefonino) per quella che ho chiamato la `legge del riequilibrio”. Per questo ho scelto la forma del dialogo (tutto il libro è un lungo dialogo fra i tre personaggi) che alla fine, attraverso un lungo percorso, riescono a parlare reciprocamente con il proprio inconscio emotivo. Poi c’è la chiave di lettura teatrale, e qui la mia formazione musicale (sono diplomata in pianoforte) è stata determinante: i ritmi di ogni battuta sono studiati a tavolino, in modo da armonizzare il testo con una continua tensione fino alla fine e ho inserito una melodia popolare ungherese come ideale colonna sonora. Non ultima la chiave simbolica: ho voluto giocare con una serie di giochi di parole, anagrammi, simboli e armonie che ogni lettore dovrà scoprire’. Subito evidente, ad esempio, la ricorrenza di un elemento simbolico come la luna (prima e ultima battuta del libro) e di richiami alla realtà (i nomi dei farmaci, la moda realmente svedese dei piccoli simboli d’oro applicati ai denti, ecc). E difatti anche la presentazione del libro è stata fissata, non casualmente, alla vigilia del novilunio di ottobre. Una trama (che non vi sveliamo) che si rivela drammatica, ma nello stesso tempo ironica e divertente: `spero di regalare a chi legge un momento di riflessione ma anche di divertimento’ conclude infatti Noemi Israel.
Pubblicata su: Trieste – Arte e cultura nr. 32/2000
Recensione a cura di Mara Rondi
Per chi ama una lettura incalzante, moderna ed insolita, segnaliamo: Bela Ferenczy nella stagione delle zucche, l’ultima fatica letteraria di Noemi Israel, una giovane scrittrice triestina già conosciuta per L’isola delle rondini e per i suoi studi di musicologia e storia del cinema.
Il volume è originalissimo e si presta a molte interpretazioni. Innanzitutto, si tratta di un dialogo a tre in due parti e la storia si dipana tra due amici medici ed una loro paziente. Da una situazione comunissima, in uno studio dentistico, l’autrice porta per mano i suoi personaggi attraverso dialoghi, situazioni e vissuto emozionale che ci coinvolge sino all’ultima pagina, anzi continua ben più in là. Chiave di lettura dei dialoghi è l’incomunicabilità, o per meglio dire, la difficoltà di comunicare agli altri qualcosa di profondo che ognuno di noi si porta dentro. Tra i personaggi si crea una sorte di feed-back, un’empatia profonda che viene però disturbata dai mille input che il quotidiano ci impone. La necessità di comunicare, ma anche la possibilità di trovare terreno fertile per parlare, si rincorrono tra i personaggi del volume, in un tessuto. letterario arricchito da pause, anagrammi, simboli ed armonie che ricorda Beckett, Wesker e Jonesco.
Noemi Israel, diplomata in pianoforte e profonda conoscitrice della musica in senso lato, inserisce un motivo all’interno del volume, con tanto di pentagramma e note musicali. La musica è un altro elemento importante del libro e della vita dell’autrice. “Cerco sempre di armonizzare le cose che faccio”, afferma Israel, “costruisco i dialoghi in maniera armonica e compiuta. La musica è stata fondamentale nella mia vita ed oltre ad essere stata una grande consolazione nei momenti di sconforto, mi ha insegnato l’autodisciplina e mi ha fatto conoscere i miei limiti”. L’autrice di Béla Ferenczy, non solo ci stupisce con questo titolo bizzarro, con il disegno in copertina da lei stessa ideato, e con una trama curiosa, ma anche con il suo segnalibro, che non è un simpatico cadeaux ma, direi quasi un deus ex machina, una moderna prosecuzione del racconto. Per coloro che vorranno sapere qualche cosa di più su Béla Ferenczy ed i suoi amici, Noemi Israel ha ideato una casella di posta elettronica in cui i protagonisti saranno lieti di corrispondere con i lettori.
A presto, dunque, e chissà cosa ci riserva Noemi Israel, questa originale e squisita giovane signora che non ama definirsi una scrittrice, ma preferisce l’appellativo di narratrice, forse perché la narrazione le permette maggiormente di spaziare in ritmi e melodie che meglio si confanno alla sua tenera sensibilità di donna alle soglie del nuovo millennio.
Pubblicata su: Il Piccolo di Trieste nr. 10/2000
Recensione a cura di Pietro Spirito
Si presenta oggi a Trieste il libro di Noemi Israel, studiosa di storia della musica e del cinema
Un dialogo a tre. Pronto per la scena
E’ pronto per essere messo in scena il «dialogo a tre in due parti» di Noemi Israel, studiosa di storia della musica e del cinema che esordisce in narrativa/drammaturgia con un testo che intesse storie e Storia in una trama di sapore centroeuropeo, vuoi per i caratteri messi in scena, vuoi per quel girovagare intorno alle memorie in un’atmosfera da violini tzigani e ricordi di guerre lontane.
E proprio al suono del violino Béla Ferenczy nella stagione delle zucche sarà presentato oggi, a Trieste, alle 18, alla Libreria «Nero su Bianco» (in via Oriani 4/b). Il violino sarà quello di Alessandro Pinzani, a presentare il libro ci sarà Stefano Cosma mentre Omero Antonutti interpreterà alcuni passi del volume.
Che appunto sembra nato per essere portato sul palcoscenico, con i tre personaggi principali impegnati in un ironico dialogare ricco di echi e richiamo musicali e letterari.
Fra i tre personaggi – Béla Ferenczy, «dentista ungherese di chiara fama», Biagio Strucchelli, «dentista di origine ungherese, socio e migliore amico di Béla Ferenczy» e Abigail Silbermann, «paziente di Béla Ferenczy» – si instaura un rapporto di reciproca corrispondenza: l’anziano dentista, gravemente malato, il suo socio alle prese con l’incipiente vecchiaia e la giovane ed esuberante paziente si rivelano in un colloquio che, iniziato nello studio dentistico e continuato nella villa di Ferenczy, mette in moto un meccanismo di ricordi e di confronti tra vite vissute. E, soprattutto, ancora da vivere.

L’ISOLA DELLE RONDINI
Il Murice, Trieste 1998, pp. 70. (II Ediz. 2000)
Quattro atti, apparentemente tutti indipendenti l’uno dall’altro, con un unico filo conduttore: la storia di una giovane donna sposata, Rachele Casali, e un indefinibile avventuriero, suo coetaneo, James E. Melville. Un contesto borghese, a cui fanno da cornice una serie di personaggi più o meno faceti, tra cui spicca Luigi Altenburger, illustre e maturo insegnante di pianoforte, che in un modo o nell’altro si trova coinvolto, a volte goffamente, nelle vicende dei due giovani. Soltanto il finale, che ha luogo nell’isola di Corfù, svela il mistero di questo “intrigo internazionale”…
Recensioni
Pubblicata su: Il Piccolo
Recensione a cura di Carlo Muscatello
A Corfù, sull’isola delle rondini
quasi un intrigo internazionale, pronto per il teatro
«Atto primo. Una festa elegante in una casa arredata in stile metà antico e metà moderno. Un enorme soggiorno, diviso da un arco in due parti, una a sinistra che occupa quasi tutto il palcoscenico e l’altra sul fondo con una porta a destra. Ci sono inoltre nel salone due porte-finestre che danno su un’enorme terrazza. Gli invitati sono tutte persone che fanno un po’ finta di lavorare, perché molto benestanti, ma non snob…».
Comincia così L’isola delle rondini, testo teatrale d’esordio della triestina Noemi Israel.. Quattro atti, apparentemente indipendenti l’uno dall’altro, come viene spiegato nel risvolto di copertina, con un unico filo conduttore: la storia di una giovane donna sposata, Rachele Casali, e «un indefinibile avventuriero, suo coetaneo, James E. Melville. Un contesto borghese, a cui fanno da cornice una serie di personaggi più o meno faceti, tra cui spicca Luigi Altenburger, illustre e maturo insegnante di pianoforte, che in un modo o nell’altro si trova coinvolto, a volte goffamente, nelle vicende dei due giovani…».
La vicenda assume alla fine i toni quasi di un «intrigo internazionale», per svelare quale la scena si sposta nell’isola di Corfù. «Ho fatto il mio viaggio di nozze – spiega l’autrice – nel maggio dell’anno scorso proprio nell’isola greca: quasi un ritorno alle origini, almeno per mio marito, visto che la sua famiglia è originaria di quei luoghi. Ho trovato un’atmosfera e un contesto quasi simile a Trieste, soprattutto per le varie influenze culturali presenti. C’è infatti la parte inglese, quella greca, quella italiana e veneta in particolare… Insomma, un senso di diversità rispetto al resto della Grecia».
«In questo clima è nata la storia che ora ho pubblicato, incoraggiata anche da gente di teatro. Da parte mia non mi considero una scrittrice. Sono un’appassionata di cinema e di teatro, ho fatto anche la tesi di laurea in storia del cinema, e dunque ho scelto la formula della sceneggiatura perché il dialogo mi “usciva dalla penna” in maniera più naturale».
Fra i primi lettori del libro, anche l’attore Omero Antonutti, recentemente infortunatosi nel corso della lavorazione di un film. Anche dall’indimenticabile protagonista di tanti film dei fratelli Taviani è arrivato un incoraggiamento alla giovane autrice. Che potrebbe essere considerato quasi come un auspicio e un augurio alla futura messinscena del testo. E’ quasi impossibile, infatti, leggere queste pagine – con le avventure di Rachele Casali, James E. Melville, Luigi Altenburger, ma anche di Davide Casali, Andrea Luzzi, Fabrizio Verani, Eva Giraldi… – senza pensare a una rappresentazione della storia in teatro.
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